Cambio di Campo Team

Allenare la mente: il podcast di Cambio di Campo

Allenare il corpo e allenare la mente dovrebbero essere due attività con la stessa importanza nella vita di un atleta.

Un gruppo di appassionati di queste tematiche ha lanciato un podcast chiamato Cambio di Campo che ha come obiettivo fare cultura e cercare di sensibilizzare atleti e addetti ai lavori rispetto all’importanza dell’allenamento mentale degli sportivi.

Allenare la mente e allenare il proprio corpo sono due fasi della crescita sportiva che, purtroppo, nella nostra cultura non hanno lo stesso peso. La psicologia nel calcio non è sicuramente uno degli aspetti prioritari nella gestione dei club, soprattutto a livelli medio bassi.

E’ proprio questo l’assunto sul quale Marco, Andrea e Marco sono partiti per intraprendere la loro personale battaglia. Questi tre ragazzi non ci stanno e non si rassegnano facilmente davanti alle mille difficoltà che potrebbe incontrare chiunque tenti di portare innovazione all’interno di un ambiente fin troppo radicato.

Nasce così Cambio di Campo, un podcast per certi versi illuminante, che affronta tematiche come la psicologia nel calcio, la crescita personale dei giocatori come individui e l’approccio mentale di staff e dirigenza, troppo spesso orientato al raggiungimento del risultato nel breve periodo e non all’individuo.

E’ davvero bello vedere nascere iniziative come questa e capire che non tutto è perduto, anzi. Quando i margini di miglioramento sono ampi allora inizia il divertimento; la rivoluzione e l’evoluzione partono dal basso, cambiando il modo di pensare dei singoli. Perché in fin dei conti, sono i singoli a comporre il sistema.

Allenare la mente a gestire le emozioni e allenare il corpo a misurarsi con fatica e prestazione possono davvero entrare a far parte di una cultura sportiva in grado di rivoluzionare le aspirazioni e la vita degli sportivi.

Ho intervistato i conduttori di Cambio di Campo relativamente al loro progetto e a come allenare la mente possa produrre un effetto altamente positivo per qualsiasi sportivo.

D. Il calcio da noi è visto come una religione, con i suoi riti e la sua fede. Quanto è difficile scardinare questo sistema introducendo degli elementi di novità come state tentando di fare voi?

R. Viviamo sempre di più in un mondo dove qualsiasi cosa che appare irraggiungibile acquisisce un connotato mistico e, spesso, anche religioso. Poche volte, però, si riesce a concepire che anche questo mondo è costituito da persone che hanno peculiari necessità e bisogni simili alla maggior parte degli individui che compongono qualsiasi tipo di società. La vera problematica, e non è lieve, è creare la cultura di demistificazione degli sportivi per introdurre un concetto profondo di gestione delle persone che, forse, non ha mai cavalcato i campi sportivi e calcistici.

D. Quali sono i principali errori che si commettono nell’ambiente del calcio? Da chi dovrebbe iniziare il cambiamento?

R. Innanzitutto il vero problema è il non capire che gli allenatori, soprattutto in ambito giovanile, hanno una responsabilità enorme nella crescita delle persone. Si badi bene a questa affermazione: la crescita noi la intendiamo prima di tutto come umana, poi come tecnica. 

Viviamo in un paese nel quale il tasso di abbandono dei minorenni, nei contesti sportivi, è circa il 40% entro i 18 anni di età. Possiamo anche dare la colpa ai “giovani svogliati” ma crediamo che il vero problema siano i formatori che non sanno come parlare la lingua dei più piccoli. Se è vero che un genitore “dovrebbe” formarsi e informarsi sulla psicologia dei bambini per crescere i propri piccoli, l’allenatore non dovrebbe essere da meno, anzi, dovrebbe essere obbligato a studiare questo tipo di informazioni. Oramai l’allenatore “sergente” che pone l’attenzione solamente su sé stesso è destinato a morire per lasciare spazio a delle figure di leader in grado di motivare e, soprattutto, porsi a servizio della squadra e dei propri ragazzi. Ovvio che tutto questo non è possibile senza una società che abbia la visione corretta sulla gestione delle persone. Questa cosa è ancora lontana dall’avverarsi ma, per fortuna, c’è chi come noi l’ha capita e ha voglia di portarla all’interno del contesto sportivo.

D. Intravvedete un cambiamento di approccio nelle nuove generazioni oppure è ancora troppo presto per vedere dei risultati?

R. Questi giovani considerati “svogliati” ce la stanno mettendo tutta, anzi, ci mettiamo dentro anche noi, ce la stiamo mettendo tutta. Ovvio che non possiamo permetterci di avere l’esperienza dei migliori, ma tutte le competenze che possono trovarsi in rete in modo gratuito, e non, ci pongono su un piano nettamente privilegiato rispetto le generazioni passate. Con questo non vogliamo minimamente dire che tutti gli allenatori “”vecchi”” non sono preparati e nemmeno che bastano libri e articoli per diventare Pep Guardiola. Piuttosto pensiamo che la capacità analitica e critica che ognuno di noi dovrebbe sviluppare il più possibile e mettere in atto verso le risorse che legge e studia possa davvero permettere di fare il salto di qualità verso un approccio all’insegnamento e alla formazione che difficilmente potrebbe essere replicata da persone non avvezze alle nuove tecnologie.

D. In un calciatore e in generale in un atleta, con che percentuale incidono doti tecniche, preparazione atletica e preparazione mentale?

R. Ci piacerebbe rispondere con una provocazione a questa domanda. Quanto un atleta, se preparato in maniera eccellente alla gestione mentale e tecnica, può performare ad una gara se non si è allenato a mantenere uno stato fisico adeguato per i 3 mesi precedenti? Lo stesso vale per ogni altra componente. 
Veniamo da anni in cui, culturalmente, il modello matematico ci ha portato a semplificare il problema di “come allenare” fino a dividere le componenti di cui un atleta è composto. Poi, per fortuna, un certo Rizzolatti negli anni ‘80 dimostrò che non è così. 

Tutto è integralmente insieme e conta in egual modo. Non esiste una performance senza un equilibrata gestione delle parti. Ma, visto che siamo ancora indietro nella formazione delle persone, oggi si crede che sia la mente a svolgere il ruolo più importante. Ciò deriva dal fatto che non avendola mai allenata se ne stanno scoprendo gli enormi vantaggi. Il nostro auspicio è che tra qualche anno non ci si interroghi più su quale componente allenare ma che si allenino tutte individualmente e, nello stesso tempo, in armonia tra loro.

D. Quali sono secondo voi le figure professionali che oggi sono ancora viste come marginali ma che in futuro ricopriranno ruoli da protagonisti nello staff delle società sportive?

R. Attualmente stiamo collaborando con diverse società che iniziano a riconoscere il ruolo della consulenza all’interno di contesti sportivi. Secondo noi il vero valore risiede nella commistione tra competenze calcistiche e competenze che derivano dai diversi ambiti che non c’entrano nulla con il contesto sportivo, o almeno, questo è quello che può sembrare ad un occhio che ha deciso di non vedere più in là della propria palpebra.

Dunque non sappiamo se vi saranno figure professionali che marginalmente diverranno più importanti o se nuove figure si creeranno, piuttosto crediamo che ogni persona dovrà avere competenze specifiche e umane che possano portare valore ad ogni attore nelle società calcistiche. 

Prendiamo ad esempio il ruolo di “allenatore degli allenatori”, ruolo quasi inesistente oggi ma su cui certi visionari si stanno spendendo affinchè venga introdotto: avrebbe senso che questa figura venga portata nelle società, ma quanto potrebbe essere utile se non avesse competenze tali da rendere utile la sua presenza per una formazione ampliata degli allenatori? Viceversa, immaginiamo che ne sappia di filosofia, di medicina, di architettura oltre che di calcio. Quanto questa figura potrebbe portare agli allenatori che ogni giorno hanno a che fare con i bambini?
Tra queste due domande emerge ancora un problema però: le barriere culturali. 

D. Com’è nata l’idea di Cambio di Campo?

R. È molto semplice, abbiamo deciso di cambiare il mondo del calcio.

D. Quanto tempo dedicate alla registrazione, post produzione e pubblicazione del podcast?

R. Il mondo della produttività è dettato da tre sole parole: “automazione dei processi”. All’inizio lo sforzo è stato consistente perché abbiamo dovuto predisporre i nostri tool affinchè potessero “lavorare per noi”. Il vero punto di svolta nasce quando ci si rende conto di quale sia il tempo che porta valore e quale invece risulta una mera commodity. Aver capito questo ci ha permesso di dedicare gran parte del tempo per ideare e creare contenuti lasciando il minimo necessario per il post-editing.

D. Quali mezzi state utilizzando, oltre al podcast, per accrescere la vostra community e diffondere “il verbo” a più persone possibili?

R. Innanzitutto una piccola correzione. L’obiettivo non è “più persone possibili” ma piuttosto “più persone di qualità possibili”. Sappiamo benissimo che i nostri contenuti sono, spesso, per pochi. 

Facile fare like, più difficile fare cultura. 

Ad ogni modo pubblichiamo i contenuti audio sui principali canali podcast (apple podcast, spotify e youtube) e sui più famosi social (Instagram, Facebook e Linkedin), Inoltre proponiamo regolarmente degli ebook con dei contenuti più profondi, sia gratis che premium, così da avvicinarci ancora di più alla nostra audience. In ogni risorsa di questo tipo scegliamo un argomento o problema e cerchiamo di dare il nostro punto di vista proponendo, inoltre, delle soluzioni attuabili. 

D. Trovate che le nuove generazioni siano ricettive rispetto agli argomenti trattati e alla mentalità che cercate di introdurre in un ambiente così fortemente radicato come quello del calcio? Quanto lavoro c’è ancora da fare?

R. Le nuove generazioni sono molto ricettive rispetto ai temi che trattiamo, semplicemente perchè non hanno tanti costrutti sociali. Ma non è solamente una questione di età anagrafica: abbiamo conosciute moltissime persone in gamba indirizzate alla formazione continua indipendentemente dagli anni. E vi diremo di più: spesso non sono ricettive o aperte le persone con grande esperienza e questo ci dispiace molto: non è un concetto da generalizzare, ma ha comunque il suo peso. Gli argomenti che trattiamo ci trovano d’accordo con le persone che sono curiose, capaci di analizzare e aperte al dialogo. Il calcio è un sistema radicato perché composto da persone che vivono secondo gli stessi standard da anni, sono poco propense al rischio e al cambiamento e non hanno propensione al prendersi responsabilità. Il lavoro è lungo, ma non è verso il calcio, ma verso le persone.

D. C’è un libro che vi sentireste assolutamente di consigliare ad atleti, allenatori o a responsabili di società sportive che possa servire da stimolo per un cambio di mentalità?

R. Uno su tutti? Sapiens di Harari.

D. Come vedete il futuro di Cambio di Campo? Che obiettivi avete per far crescere il vostro progetto?

R. Prendiamoci una birra assieme :)

Se sei uno sportivo e per te allenare la mente va di pari passo con l’allenare il corpo, probabilmente hai già compiuto il primo passo importante per la tua crescita personale e professionale. Se invece hai trovato grazie a questo articolo nuovi stimoli per affrontare la tua strada in maniera diversa, più consapevole, sappi che è proprio questo l’obiettivo che si pone Cambio di Campo.

La ricerca della massima prestazione è un argomento che abbiamo trattato anche nell’intervista a Filippo Ongaro; leggila per avere un quadro ancora più completo di come sia possibile fare un lavoro su se stessi per evolvere in individui, professionisti o atleti migliori.

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Segui Cambio di Campo su tutte le piattaforme per podcast. Trovi i link sul loro sito web.

https://youtube.com/watch?v=A3kDYrECO0c%3Fwmode%3Dopaque%26rel%3D0
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