Creare un podcast di successo: Franco Solerio e la sua Digitalia - paolosartorio.com

    Creare un podcast di successo: Franco Solerio e la sua Digitalia

    Creare un podcast di successo non è affatto semplice. Occorre una grande preparazione relativa ad un argomento specifico, tanta costanza e dedizione. Ne parliamo con Franco Solerio, co-fondatore del podcast Digitalia

    Paolo Sartorio

    Creare un podcast di successo non è affatto semplice. Occorre una grande preparazione relativa ad un argomento specifico, una buona dose di conoscenza tecnica, ma soprattutto costanza e dedizione. Io stesso ho un passato da podcaster, grazie ai miei “esperimenti al microfono” dedicati al telefilm Lost – con il podcast LostPod – e varie collaborazioni con il Gruppo Camelot, con i podcast Scienza e MisteroCamelot Chronicast . Non è facile, credimi. Ogni puntata prevede una preparazione che assorbe parecchio tempo, proprio perché i podcast, vere e proprie “trasmissioni radiofoniche” irradiate via web, hanno ormai raggiunto un livello qualitativo davvero elevato.
    Come si può dunque intraprendere questa strada, creare un podcast di successo e raccoglierne i frutti? Ne parliamo oggi con uno dei precursori di questo (relativamente) nuovo media: Franco Solerio che, ormai diversi anni fa, ha fondato insieme a Carlo Becchi uno dei podcast indipendenti di maggior successo del panorama italiano: Digitalia.

    franco solerio
    Franco Solerio, co-fondatore di Digitalia

    D. Ciao Franco, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Inizia presentandoti a chi non ti conosce.

    R. Ciao, grazie a te Paolo, è veramente un piacere. Mi chiamo Franco Solerio, sono cofondatore e conduttore del podcast Digitalia.fm, sviluppatore di app per iOS, e nel tempo libero lavoro pure, faccio il medico libero professionista 🙂

    D. Sei un podcaster della prima ora, visto che sei stato uno dei primi italiani a credere in questo media. Vuoi raccontarci come è sbocciato questo amore?

    R. Ho iniziato ad amare il podcasting da ascoltatore, quando iTunes non supportava ancora i podcast e per caricarli su un iPod di seconda generazione bisognava usare client molto grezzi come Lemon. Ascoltavo il Daily Source Code di Adam Curry, che portava lo stile delle radio pirata della Manica in questo nuovo media, e poi C.C.Chapman, Yeast Radio. Era una grande ventata di aria fresca rispetto alla radio tradizionale. Per anni come tanti miei coetanei avevo suonato il rock in band locali, sempre alla ricerca di posti dove suonare e del fantomatico “contratto discografico” per incidere e distribuire. Con poca fortuna ovviamente, come quasi tutti. Già da qualche anno il vento stava cambiando: i computer con i sequencer e l’home recording avevano reso possibile registrare i propri pezzi in autonomia, senza l’appoggio dell’industria. Internet permetteva di vendere musica direttamente ai fan tramite il proprio sito, paypal o realtà strutturate come CD Baby. Mancava l’ultimo anello: la promozione, come farsi conoscere dal mondo senza passare per radio e TV? Il podcasting era la soluzione. Decisi di fondare RockCast Italia, insieme a tante altre realtà analoghe in giro per il mondo demmo vita al movimento della Podsafe Music, producendo trasmissioni per promuovere la musica di musicisti indipendenti, che in cambio ci davano il permesso di suonare gratis i loro pezzi.

    D. Oltre ad essere stato uno dei primi, sei anche uno dei più longevi. Come si fa ad avere questa costanza?

    R. All’inizio la passione è sufficiente per prendere il microfono, accendere il preampli e cominciare a registrare. Poi la vita comincia a mettersi in mezzo: il lavoro, la famiglia, gli impegni. Quello è il punto critico, dove la maggior parte dei produttori indipendenti si ferma. Se con Digitalia siamo ancora qui, tutte le settimane, è perchè siamo riusciti a trasformarlo in una professione. Non rende certo come un lavoro a tempo pieno, ma grazie a qualche sponsor e soprattutto al contributo dei nostri produttori esecutivi produce quel minimo di reddito da ripagare le ore di lavoro dedicate.

    D. Il tuo podcast Digitalia nasce con uno scopo ben preciso, ovvero diffondere cultura rispetto a tematiche digitali e a come queste influenzano la nostra società. Ci state riuscendo? Come siamo messi in Italia?

    R. Il paese sta certamente diventando più digitale. L’avvento dello smartphone ha dato un’accelerata decisa al processo, spingendo anche la persona comune ad interessarsi ed usufruire dei frutti della rivoluzione digital. La cultura invece è sempre una prerogativa di pochi, tanto quella generale quanto quella digitale. A vedere però i discorsi, gli interrogativi, i dubbi che vediamo sorgere tutti i giorni nella nostra community devo dire che possiamo ritenerci soddisfatti, abbiamo sicuramente cementato una bel gruppo di persone che abbraccia le novità contemporaneamente con entusiasmo e senso critico.

    D. Quanto è impegnativo produrre Digitalia? Quanto tempo dedichi a questo progetto e come riesci a combinarlo con la tua occupazione principale, ovvero quella del medico?

    R. La produzione vera e propria non richiede molto tempo, ormai tutto il setup è ben oliato e automatizzato, inoltre la filosofia di Digitalia è che tutto quello che avviene in diretta finisce nel podcast, senza tagli o postproduzione. La parte più impegnativa è rimanere aggiornati, leggere tanto: parlare della tecnologia dell’altro ieri è già noioso.

    D. Dammi un aggettivo per ognuno dei co-conduttori di Digitalia.

    R. Sono una squadra eccezionale su Digitalia, e sono dei grandi amici nella vita. Un unico aggettivo sarebbe riduttivo, non ci sono parole per esprimere quanto grato sia di avere incontrato ognuno di loro. Ti darò un aggettivo cumulativo: ENORMI. Dai, ci provo lo stesso, ma per ridere:
    Max: ecumenico
    Michele: paganini
    Franz: la rockstar
    Giulio: the bizness

    D. I mezzi digitali e le nuove tecnologie stanno modificando rapidamente il tessuto sociale; se tu fossi un ministro, quali misure adotteresti per far assorbire questo cambiamento limitandone i contraccolpi?

    R. Finanzierei il più possibile scuola, università e attività culturali. La fragilità della nostra società nei confronti di bufale, fake news e dinamiche dei social network in generale è la diretta conseguenza del definanziamento della pubblica istruzione, in Italia come all’estero. Per decenni i nostri politici l’hanno considerato il capitolo di spesa che si poteva tagliare senza subire contraccolpi sul risultato elettorale. Direi che il contraccolpo è arrivato con gli interessi.

    D. Credi che i Bitcoin e più in generale le criptovalute rimarranno una realtà di nicchia oppure si arriverà ad un momento storico in cui si caleranno in modo pervasivo nella nostra economia tradizionale?

    R. Sostengo da anni che il meccanismo alla base di Bitcoin, il blockchain, troverà largo utilizzo in molti campi, e oggi accade quotidianamente di leggere di banche e istituzioni finanziarie che investono fortemente per implementarne una qualche variante nei loro meccanismi di scambio e commercio. Per quanto riguarda le criptovalute in senso stretto non ne sono più tanto sicuro, ma è possibile. Nei paesi caratterizzati da instabilità economica abbiamo già visto il ricorso alle criptovalute come rifugio dall’iper-inflazione.

    D. Steve Jobs sosteneva che la programmazione informatica dovrebbe diventare materia di studio al pari della matematica, fin dai primi anni di insegnamento. Concordi?

    R. C’è una forte tendenza nel mondo della scuola a depotenziare l’insegnamento delle materie umanistiche a favore di quelle scientifiche, a ritenere la pratica superiore alla teoria in funzione di un presunto “preparare al mondo del lavoro”. La conseguenza è quella di cui parlavamo prima: la scomparsa del senso critico, del ragionamento autonomo, il trionfo delle bufale. Penso che un buon equilibrio tra i due mondi sia fondamentale nella formazione di individui che sappiano eseguire ma anche discernere, decidere, talvolta anche guidare. Il ragionamento logico che sottende la programmazione, al di là della formazione di futuri coders, può aiutare a bilanciare l’equazione. Se la matematica è in fondo imparare algoritmi codificati, certo capirli, ma poi applicarli pedissequamente, la programmazione è ideare algoritmi, crearli, risolvere problemi ricorrendo alla creatività. Sì l’idea mi piace molto.

    D. Il mondo ha più bisogno degli Steve Jobs o dei Tim Cook?

    R. Paradossalmente se parliamo in termini numerici dei Tim Cook. Gli Steve Jobs sono individui che sanno immaginare cosa c’è oltre l’orizzonte e hanno il coraggio e la capacità di portarci gli altri. Sono infinitamente più rari ed è giusto che sia così, fossero mille vivremmo in una situazione di caos e guerra perenne. I Tim Cook sono stabilizzatori, pianificano e assicurano un futuro tranquillo e affidabile. Certo che la stabilità è noiosa, e se mi chiedi chi vorrei a capo di una azienda che deve innovare come Apple ti dico Steve Jobs tutta la vita.

    D. E degli Elon Musk?

    R. Come sopra: Elon Musk è uno Steve Jobs giovane, grezzo e un po’ pericoloso. Con un po’ di fortuna la vita gli darà la giusta quantità di delusioni e opportunità da sgrezzare il diamante. Grandi possibilità in lui vedo, mio giovane Jedi.

    D. Quali sono i libri che hanno plasmato il tuo carattere, il tuo modo di affrontare la vita o il lavoro?

    R. Il mio carattere è una brutta storia, preferisco assumerne la responsabilità in pieno. Due libri che mi hanno dato moltissimo sono “Lo Zen e l’Arte di Riparare la Motocicletta” di Robert Pirsig e “Il Tao della Fisica” di Fritjof Capra.

    D. Che consiglio daresti ad un giovane che non sa quali studi intraprendere?

    R. Di studiare tanto, di scegliere le cose che più lo appassionano, e di cercare di gettare dei ponti tra materie che normalmente non si parlano.

    D. E a un piccolo imprenditore non avvezzo alla tecnologia e alle innovazioni?

    R. Di prendere con se un figlio, un nipote, un giovane in gamba, e dargli fiducia e responsabilità nei campi in cui lui non è preparato.

    D. Puoi darci tutti i riferimenti per chi volesse seguire te o il tuo podcast?

    R. Volentieri! Su http://digitalia.fm parlo tutte le settimane insieme ai miei colleghi. Poi sono @dokfranco su Twitter, ma lì sono molto meno prolifico. Se poi vogliono scaricare una app eccezionale per ascoltare i podcast su dispositivi iOS, Castamatic l’ho creata io ed è ovviamente una creatura meravigliosa.

    Spero che questa intervista a Franco Solerio ti sia piaciuta e ti abbia dato degli spunti interessanti su come creare un podcast di successo.
    Se vuoi approfondire questa disciplina, ti consiglio una facile e completa lettura sull’argomento nella quale troverai consigli pratici su come creare il tuo podcast e portarlo avanti con successo.


    Segui Digitalia a partire dal sito web ufficiale.



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